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Un avvenimento storico accaduto il 2 e 3 febbraio di 214 anni fa. Stampa E-mail
Scritto da Oscar De Lena   
2 febbraio 2013 Presentazione al Tempio
La_torretta_Mulino_a_vento-icoIl 2 e 3 febbraio dell’anno 1799, nel regno di Napoli, del quale Termoli e S.Giacomo facevano parte, numerosi gruppi di ladroni e malviventi portavano il terrore e lo sgomento dappertutto commettendo omicidi, furti e  ricatti. Un gruppo di queste belve comandate da Giuseppe Pronio, da Giovanni Migliaccio e da Nicola Norante, al servizio del Cardinale Ruffo, Arcivescovo di Napoli e Vicario generale del Regno, preposto a tale incarico dalla Regina Carolina per ristabilire l’autorità regia nel napoletano, assalì Termoli. Nulla forse sarebbe successo se un vile traditore tale Bartolomeo Di Gregorio legato alla monarchia borbonica, che gli aveva permesso un facile arricchimento, convinse il parroco della cattedrale a far aprire le porte per una processione. Appena queste furono aperte il De Gregorio fuggì con le sue barche piene di grano e, l’orda dei violenti entrata nel borgo si sfogò in una tremenda carneficina catturando i fratelli Federico e Bassomaria Brigida, i Bassano e tanti altri giovani, colpevoli di aver accolto nel loro petto le nuove teorie di Jean-Jacques Rousseau. Il dottor Saverio Cannarsa, biologo a livello europeo e storico termolese, nel libro “Una pagina di storia di Termoli” così descrive l’avvenimento: “I fratelli Brigida che avevano appena finito di scontare a Napoli dove si erano recati per studiare quattro anni di carcere duro per le stesse convinzioni politiche avrebbero scampata la vita, riparati com’erano in una stanzetta oscura attigua alla sacrestia della Cattedrale, nascosta da un grosso armadio forato simile agli altri messi in giro, se lo scaccino Pasquale Marchesi d’infame memoria non li avesse indicati a quelle belve umane”. La turba, ubriaca ed assetata di sangue, condusse gli infelici nella località detta “mulino a vento” (vedi foto a sx - zona di Rio Vivo), a 300 metri dalla cittadella, e li fucilò tra le grida assordanti di Viva il re, morte ai giacobini. Avevano solo 24 e 22 anni. Federico Brigida rimasto gravemente ferito, riuscì a raggiungere Campomarino ma, dopo due settimane, morì. Francesco Colonna che era riuscito a fuggire tentò di nascondersi in un pagliaio delle campagne di S.Giacomo sfinito per le sofferenze patite e per la mancanza di cibo,  scoperto da alcuni sangiacomesi che appurato chi egli fosse, o per la minaccia di morte per chi lo avesse nascosto o per la speranza di un lauto guadagno, lo assassinarono.Di particolare rilievo fu nell’evento narrato la condotta di una madre, Maria Concetta Quici. Ella, madre dei fratelli Brigida, fu duramente colpita ed affranta dalla uccisione dei figli. Il parentado aveva sete di vendetta, tanto che il genero, capitano Rossi di Bonefro, alla notizia si portò a Termoli con l’intento di fare giustizia dei colpevoli dell’eccidio.Giunto sul posto, individuò tempestivamente il traditore De Gregorio Bartolomeo, nemico dei Brigida per ragioni commerciali, il quale, durante l’attacco degli albanesi, aveva compiuto l’atto infame di aprire le porte della città. La nobile signora frenò lo slancio dell’ardente genero con carattere fermo e grandezza d’animo lo dissuase dicendo: “Rinuncia alla vendetta, giacchè quell’uomo, ormai folle, è stato già punito da Dio; uccidendo lui, inerme e deriso dal popolo, sarebbe magra giustizia ed i miei figli non tornerebbero giammai”. Pagò quindi i suoi servi affinché allontanassero sempre i fanciulli che disturbavano in piazza il De Gregorio durante le sue manifestazioni di pazzia. Con tali atti sublimi la nobildonna, madre dei due eroici termolesi, che soleva esprimersi con tutti in latino, meritò l’appellativo di “Cornelia Termolese”.
 

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