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Alcune famiglie furono alloggiate nel Palazzo Baronale, altre scavarono delle grotte nelle vicinanze del Palazzo e lì vissero per alcuni anni
le_grotte

 Le grotte come si presentano oggi

Il Vescovo dopo aver concesso asilo alle famiglie sopravvissute al tremendo e devastante terremoto permise loro anche di abitare nel suo feudo, di coltivare terreni ed allevare animali.
Nelle vicinanze del Palazzo Baronale c’era anche un’antica chiesa corrispondente a quella attuale costruita sulle rovine di un’altra preesistente e nella quale si recavano i coloni che coltivavano i terreni del feudo della Mensa Vescovile.
Quando ai sopravvissuti del terremoto si aggiunsero anche gli immigrati provenienti dalla Croazia, in modo particolare dalla regione della Dalmazia, che fuggivano dalle loro terre devastate dagli eserciti turchi, iniziarono le costruzioni delle prime case della nuova S. Giacomo.
Da quella data in poi, siamo intorno al 1500, le grotte furono utilizzate solo come ricovero per gli animali.
Il villaggio cominciò così pian piano a crescere intorno alla chiesa e al palazzo baronale.
Per impedire le razzie dei briganti e degli eserciti turchi, che in quel tempo assalivano e depredavano i casolari, ( sbarco dei turchi a Termoli al comando di Pialì Pascia il 2 agosto del 1566 ) furono costruite intorno al villaggio, che si andava costituendo, quattro porte: Porta di Vico del Tempio, Porta di Via Roma, Porta di Via Frentana e Porta dell’Orologio; era quasi una fortezza ma difficile da difendere!
Fu così che gli abitanti sentirono la necessità di costruire anche una via di fuga attraverso un cunicolo che, partendo dalla chiesa, usciva alla quinta grotta.
Si pensa che le grotte all’inizio erano sette, tante quanto era il numero dei “focolari”: le famiglie sopravvissute al terremoto.
In realtà si ha riscontro di solo cinque grotte di cui quattro adibite a dimora per le famiglie scampate al terremoto del 1456 e una quinta, la più lunga, costruita circa 100 anni dopo come via di fuga tra il paese e le campagne.

Nel 1549, sotto il dominio spagnolo, tutte le terre del regno abitate da albanesi o dalmati furono condannate, per ordine del Viceré, ad essere bruciate e distrutte per la continua facinorosità di queste popolazioni. Nella sola provincia del Molise, di trentasette  “ terre “, ventinove furono destinate al fuoco e tra queste anche : Santo Jacopo de Sclavoni ( dell’Episcopo di Termole )

Così il Vescovo Tommaso Giannelli nel suo libro “ Memorie “ scritto durante la sua reggenza della Diocesi di Termoli tra il 1753 ed il 1768 racconta dei rapporti tra il Vescovo suo predecessore Vincenzo Durante di Brescia che resse la diocesi di Termoli dal 1539 al 1565 con San Giacomo:

Nel governo di costui ( 1539-1565 ) vennero dalla Dalmazia Uomini e donne, alli quali per difetto di Coloni, diede il Vescovo ricovero nella sua Tenuta di S. Giacomo.

Ed avendo manifestato il loro animo di volervi fissare il domicilio, nell'anno 1564 si stipulò convenzione, colla quale dichiarò il Vescovo quello, che intendeva fargli godere, ed essi loro si obbligarono corrispondere le rate de frutti, e prestare particolare servizio, come si scriverà nel notare lo stato presente del Feudo di S. Giacomo.”