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Gli antichi mestieri Stampa E-mail
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Gli antichi mestieri a S.Giacomo degli Schiavoni

documentazione fornita da : Giacinta Di Cecco

 giacintadicecco_ico
San Giacomo, pur essendo una piccola realtà, era un centro importante per le numerose attività che vi si svolgevano. Tanti erano i mestieri che un tempo la nostra gente esercitava e forse oggi le nuove generazioni non ne sono nemmeno a conoscenza. Tra il 1500 e il 1600 i primi abitanti di San Giacomo costruivano utensili, attrezzi di lavoro che usavano quotidianamente e vasellame in terracotta e argilla di ottima fattura di cui alcuni esemplari furono ritrovati durante i lavori delle fosse biologiche. Affinchè i nostri giovani possano conoscere i mestieri dei loro nonni e dei loro bisnonni ne descriviamo alcuni che sono ancora vivi nella nostra memoria di quando bambini giocavamo per le strade del nostro paesello.....

"U Tner"

Un secolo fa c'era “u Tnèr" colui che costruiva tini, botti e barili che servivano da contenitori per il vino."U Tner" insieme alla sua famiglia, si recava nei boschi circostanti, per reperire il legname che serviva come materia prima….I pezzi di legname venivano tagliati a listarelle, poi a " fuoco" venivano arcati, assemblati l'uno vicino all'altro, fissati con due cerchi di ferro alle due estremità e infine cosparsi di pece per evitare la fuoriuscita di liquido.I barili venivano utilizzati; per trasportare l'acqua dalle fontanelle presso le abitazioni in quanto non esisteva la rete idrica. Le "bigonce" con il fondo fisso, servivano per trasportare l'uva dalle vigne alle cantine; quelle con il fondo apribile, servivano invece per trasportare il letame dalle stalle alle campagne per la concimatura.

 “U Ferrère"

Anticamente, quando ogni lavoro agricolo veniva fatto dagli asini, muli, cavalli e giumente esisteva u "ferrère" ( il maniscalco) che ferrava gli stessi animali quando si consumavano gli zoccoli e lo stesso fungeva anche da veterinario curando con le erbe ogni ferita che l’animale si provocava durante il suo lavoro nei campi.“U ferrère" era un vero specialista, che oltre a costruire e ad applicare gli zoccoli agli animali, doveva avere una vasta conoscenza sulla loro anatomia, sui loro diversi comportamenti, sul modo di operare durante la ferratura. Tanti e tanti anni fa quello "du ferrère" era un lavoro molto richiesto. Già dalla mattina presto lo si sentiva battere aritmicamente il martello. Questo rumore faceva capire che "u ferrère" stava dando alle staffe la dimensione degli zoccoli. Spesso, si avvertiva nell'aria l'odore acre degli zoccoli bruciati dal ferro rovente che veniva applicato su di essi. "U ferrère" lavorava curvo, nella parte posteriore dell'animale, ma, anche se era preso dal lavoro, stava molto attento a balzare di lato appena notava un minimo movimento per evitare qualche calcione che ogni tanto l'animale dava gratuitamente fuori programma. Questo avveniva molto spesso nei giorni di maggio; in quel periodo l'animale, incalorito da una subitanea urgenza d'amore, si scatenava in mezzo alle persone. Fuori dalla sua bottega, egli metteva sempre un ferro di cavallo, non per scaramanzia, ma come insegna

 “U Metetore”

Anticamente quando il grano era maturo, non esistevano le mietitrebbie, quindi si mieteva a mano con la falce e c'erano i “metetore”. Le spighe si frantumavano con i piedi nell'aia. Poi, con l'avvento della trebbia le spighe di grano venivano legate in "manucchie" (covoni) , poi i “pajarule" toglievano la paglia dal grano, mentre i “stuccamanucchie” tagliavano il pezzo di spago che legava i “manucchie” in modo che le spighe di grano potessero essere poste nel rullo trasportatore e trebbiate. Il grano poi veniva trasportato dai “facchine" alla pesa e sull'aia stessa veniva venduto al miglior acquirente.Esisteva poi, la figura del “trajenire”, cioè colui che trasportava persone e grano, biada, nel suo carretto che si chiamava “trajene" ( il traino) nella vicina Termoli. Il grano veniva portato al mulino dove 'ù mugnére" (il mugnaio) lo macinava

 “U Vellegnatore”

Nella tradizione contadina sangiacomese, la vendemmia era un momento di aggregazione e di festa. Appena "l'acquarecce'' (la rugiada) scompariva, si partiva da casa con i muli e gli asini, carichi di bigonce per recarsi alla vigna. Si tagliavano i grappoli dalle vigne "a filari", l'uva veniva messa in vaschette o ceste e man mano scaricate nelle bigonce che una volta riempite venivano trasportate sempre a carico d'asino nelle cantine. Lì veniva pigiata con i piedi ricoperti di pezzi di stoffa puliti e il mosto fuoriusciva da questa tinozza attraverso delle aperture che consentivano il defluire del mosto nel contenitore sottostante più grande. I "raspi" venivano eliminati manualmente. Il mosto veniva poi spillato dopo due-tre giorni e travasato per mezzo dei "dieci litri" (decalitro) nelle botti di rovere dove fermentava. L'undici novembre, giorno di San Martino, fedele al proverbio "a San Martino ogni mosto diventa vino “ ogni agricoltore spillava il vino nuovo e lo offriva

 “U'Bannètore”

Quando in un paese arrivava un commerciante, “u' bannètore” ( il banditore) annunciava per le vie del paese le vendite e le notizie importanti con un suono di tromba o di fischietto.

 ''U Sagrasténe''

Ai tempi dei nostri nonni c'era anche la ''sagrasténe'' (la sagrestana) che aveva il compito di suonare le campane, servire a Messa, di procurare le sedie in caso vi era tanta gente in chiesa, ricevendo cinque centesimi di compenso.

 “U seggére”

Un altro mestiere oggi scomparso era quello del “u seggére”( il seggiaio) che impagliava le sedie che una volta rotte non si potevano ricomprare facilmente perché non più sul mercato e quindi si realizzava l'impagliatura con un'erba particolare: la guja. Lo stesso costruiva i "basti" (le selle) per gli animali da soma.

 “U Scarpere"

A quei tempi la povertà costringeva la gente a risuolare le scarpe e persino a farle fare dal calzolaio perché durassero più a lungo. Esisteva quindi “u scarpere" che con pazienza e cura, con spago e pece faceva tornare nuove le scarpe consumate dal tempo e dal fango. (perché le strade non erano asfaltate ma erano ricoperte di fango e ciottoli).

 “U 'mbrellère”

L'ombrellaio girava per le strade del paese nelle mattinate autunnali e di primo inverno, durante le ore in cui gli uomini erano al lavoro. Girando per il paese gridava: 'u 'mbrellère, ghè rruvète u 'mbrellère “… Percorreva lentamente le strade e di tanto in tanto ad intervalli regolari, ripeteva il suo grido, fino a che qualche donna si affacciava e, scese le scale, gli affidava un vecchio “cimelio" di famiglia: un parapioggia tartassato da mille acquazzoni, dissestato dal vento, consunto. L'artigiano ambulante,si accoccolava accanto al portone con il dorso appoggiato allo stipite, deponeva accanto a sé la cassetta oblunga dove erano riposti ritagli di seta nera, rete, filo di ferro, aghi, pinze, forbici e asticelle sottili di varie lunghezze da inserire nella raggiera dell'ombrello in sostituzione di quelle spezzate o mancanti.

 “U Stagnere”

Si occupava di riparare le pentole. Anche lui, appena arrivava in paese si faceva sentire, per avvisare la gente. Poi sceglieva una piazzetta e si preparava per affrontare il lavoro. Il suo nome, stagnino, deriva dal metallo: lo stagno, che utilizzava per saldare e ricoprire i buchi che si erano formati nelle pentole.

 “L’Arrutine”

Il suo lavoro consisteva nel molare tutti quegli oggetti che possedevano una lama come coltelli, e forbici. Il suo strumento di lavoro era un banchetto in cui era installata una ruota la quale, azionata da un pedale trasmetteva, tramite una cinghia di canapa, il movimento ad una mola in pietra arenaria dura che, a contatto con i coltelli, li molava o li affilava.

 “A'Materassere”

La materassaia aveva un attrezzo che serviva a cardare la lana ovvero a renderla più morbida. L’attrezzo era formato da un asse di legno con dei chiodi che sporgevano fuori. Di questi attrezzi ne aveva due. Uno serviva per il materasso dei bambini piccoli fatto con un sacco di iuta (una fibra tessile) imbottito con delle foglie delle pannocchie. L’altro attrezzo era destinato per il materasso dei ragazzi più grandi imbottito di pura lana che, siccome dopo qualche tempo si compattava e diventava dura, si era costretti a chiamare la materassaia, che tirata fuori la lana, la cardava e poi la rimetteva dentro facendo tornare il materasso morbido come prima.

 “A Rleve panne”

Un tempo c'erano parecchie donne particolarmente povere che, per guadagnarsi da vivere, si recavano nelle case dei più ricchi per lavare a mano con la 'struvelotore" i panni che le donne di quelle abitazioni avevano messo a "mulle" nelle grandi tinozze di stagno e di legno nella "lescé" (di acqua) decantata da un composto di cenere che veniva recuperata dalla combustione della legna). Quando il bucato era asciutto veniva stirato con i ferri a "carbone".

 “A Felatrice”

Era una donna che trasformava una massa di batuffoli di lana in un filo da lavorare successivamente con i ferri da calza, per ricavarne coperte, maglie, scialli, sciarpe, cappelli, mutande, calze, ecc. Questa era una attività antichissima, la cui origine si perde nella notte dei tempi, ed era eseguita sempre allo stesso modo. Oltre alla lana, la filatura a mano riguardava tutte le fibre vegetali come il cotone, la canapa, il lino. Per eseguire questo lavoro era necessaria un'ottima preparazione tramandata da madre in figlia, ed un impegno di una gran parte della giornata. La donna che filava, stringeva sotto l'ascella sinistra, una canna che faceva da fermo con una mano, mentre con il pollice e l'indice dell'altra mano, tirava un filo dal batuffolo avvolto nelle canocchie, una specie di gabbietta a doppio cono che a sua volta raccoglieva, nell'arcolaio o macinula. Con la saliva si bagnava i polpastrelli ed iniziava ad allungare il filo gradatamente, lo fermava alla punta del " fusille de lègne" a forma di cono e postolo sulla gamba, gli imprimeva, spingendolo con un repentino e rapido moto circolare. Il filo di lana, rafforzato dall'azione torcente che garantiva la massima consistenza, e pian piano veniva arrotolato per formare dei rocchetti. Dopo questa fase si prendevano in mano contemporaneamente i fili di ogni rocchetto e si avvolgevano intorno a dei chiodi molto lunghi infissi nella parete, sia in senso verticale che orizzontale. La filatura a mano della lana fino a trent'anni fa era diffusissima nelle famiglie perché permetteva di ottenere gli indumenti necessari e nello stesso tempo guadagnare qualche soldo.

 “U Zuchere”

Il funaio era l'antico artigiano che costruiva a mano le funi ed univa all'arte manufattiera la capacità di essere un ottimo commerciante. Lavorava canapa grezza che trasformava in spago o funi. Il funaro era chiamato "il cordaio" figura mista tra artigiano e contadino; era un mestiere che veniva appreso in famiglia, il padre lo insegnava al figlio o a qualche ragazzo che voleva intraprendere la stessa attività che nel mondo rurale era anche ben retribuita sia in danaro, sia con prodotti della terra.

 “U Spazzacamine”

Gli spazzacamini erano uomini che pulivano le ciminiere dalla fuliggine.Vestivano una tuta che era sempre sporca, nera come la loro faccia.Giravano sempre portando con loro una specie di scopa lunga, fatta di ferro, che serviva per grattare la fuliggine accumulata nelle ciminiere. Questo lavoro era molto faticoso e pericoloso perché "l'uomo nero" doveva salire sui tetti ed era possibile anche scivolare. Lo spazzacamino, era un tempo, una figura molto simpatica e utile e il lavoro non gli mancava perché le case erano tutte provviste di camini, unica fonte di riscaldamento. Le ciminiere dovevano essere pulite periodicamente per evitare che si incendiassero. Quando arrivava in paese tutti lo riconoscevano e lo invitavano nelle loro case, offrendogli anche da bere e da mangiare. Oggi è una figura rarissima, quasi scomparsa

 “U Falegname”

Il falegname era l'artigiano che nella sua bottega lavorava il legno. Se lo procurava andandolo a tagliare nei boschi. Una volta avuto il legno, lo sezionava in tante tavole che poi avrebbe usato per realizzare mobili o attrezzature utili per la casa.Completato il lavoro commissionato lo dipingeva o lo lustrava secondo la richiesta che gli era stata fatta.Alla fine si poteva ammirare il prodotto finito, abbellito anche da intarsi che lo rendevano più elegante.

 
La Redazione del Sito ringrazia l'insegnante Giacinta Di Cecco del plesso scolastico di S.Giacomo per averci fornito la documentazione di cui sopra facente parte del Progetto Continuità svolto dagli alunni circa il tema:

"Un tuffo nel passato: i mestieri dei nostri nonni"

 questionari, domande con risposte a scelta multipla (vero o falso), griglie personalizzate, attività ludiche libere e guidate, letture di rappresentazioni grafico-pittoriche e plastiche.

 RISORSE UMANE

Insegnanti della Scuola dell’infanzia:

FALCONI Maria - PACE Rosanna

 Collaboratrice scolastica

DANIELLO Doriana - PALLADINETTI Palmerina

 Insegnanti della Scuola Elementare:

ARIELLI Patrizia - CARMOSINO Franca - CIRELLA Maria Teresa - D'AGOSTINO Marisa

DEL RE Maria Teresa - DI BLASIO Antonio - DI CECCO Giacinta - IZZO Milena - LAFRATTA Margherita - MILETTI Angela

 Collaboratore scolastico:

DI LUCO Antonio

 Anno 2006

 

 

Commenti 

 
#1 antonio amicone 2014-12-26 12:47
grazie di cuore a tutti quelli che partecipano a realizzare questo sito, ci fate rivivere la san giacomo di tanti anni fa
amicone antonio
 

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